Spargi la voci

Approdo

  • Attraversa il ballatoio come fosse sopra un legno, la mano stretta alla balaustra, l'arco delle gambe, lo strale del braccio, il peso della testa in avanti; sbarca sul marciapiede di un mondo poco conosciuto, il porto di un emisfero opposto, un raggio di passi, la nebbia che sale fino a diventare masticabile.

    Sarebbero bastate poche decine di metri, per uscire dalla circonferenza, dai confini e arriva esausto a lei, tanto da entrare nella scatola metallica, diffidente come un gatto, lo sguardo all'uscita, i palmi delle mani appoggiate alla parete posteriore di slancio alla porta, bussata con le nocche basse, si chiede nella attesa il senso di quell'amore silenzioso, lei apre la porta e già volta la schiena, lui appoggia il giaccone sul tavolo dell'ingresso, segue il percorso, la prima porta sulla destra, la prima sedia a disposizione, un caffè spesso, mai troppo caldo, lei in piedi dalla parte della mano libera ostina la sua schiena, mentre lui con i polpastrelli cerca il noto e il nuovo, un rumore stropicciato di fondo, il corridoio ondeggia sotto la nebbia c'è il mare, il silenzio si intima con la luce elettrica, vetro, aria, vetro, l'oblio della città, i corpi dialogano nelle direzioni, ascoltano e rispondono, aderiscono e contrastano, lei è adusa ai massimi sistemi, cerca argomenti complessi, riflessi dalla geometria degli specchi, lui pretende l'economia della forza, il pilastro sotto l'erma del tronco, aderiscono e contrastano, mischiano e cedono, nella sintesi dei fiati dissonanti ai palpiti, dopo ognuno si porterà via le sue conseguenze nelle ceramiche del bagno, si risponderà da solo e da solo troverà nuove parole da mimare, per reiterare il succo del concetto, nella nuova ultima occasione.

    Rosolio dolce per le labbra, il nuovo giorno e la nuova ora, la porta , le scale, la nebbia, il raggio dei passi 


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