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In ospedale

  • In ospedale. Aspetto da almeno due ore. Una di quelle attese infinite che sanno di disinfettante, di processioni di camici, di divise, di zoccoli di gomma, di calzini bianchi, di sguardi veloci sui cellulari custoditi in taschini misteriosi e di sorrisi senza luce. Ora di pranzo. Odore di minestrina annegata e di purè melmoso che fa "plom" sbattuto sui piatti. Non ho connessione e non mi dispiace. Si apre l'ascensore. Spunta una bimba. Un cioccolatino al latte con le gambe magre e un sorriso bianco. Le manine nelle tasche di una felpa lunga che fa da gonna, da cappello, da cappotto. Le faccio ciao-ciao con la mano. Lei tira giù il cappuccio. Ed è un'esplosione di treccine scure. Di colore. Di vita.Di infanzia. Le è nata una sorellina. Il papà le prende la mano e la porta via. Lei si volta indietro a guardarmi. Le sorrido. Mi sorride. E' semplice. Bisognerebbe tornare sempre indietro a cercarlo, un sorriso.A volte basta quello per farci fare un piccolo passo avanti. Nel frattempo, una coppia si infila in ascensore. Forse lei non sta bene. Forse è un giorno di brutte notizie. Lui è alto. Tanto alto. Lei più bassa. Con gli occhi bassi. Il morale basso. Lui l'abbraccia guardandola negli occhi. Nessuna parola. Non serve. Ha una dolcezza che mi spacca dentro. Potrebbe essere il figlio. O un compagno molto molto più giovane. Non lo capisco e non mi interessa. So solo che la porta si chiude mentre lui appoggia la bocca sulla fronte di lei. Stanno immobili e li guardo sparire. E il tempo si ferma. Nella tenerezza. Forse nell'amore. Forse nella sofferenza. Di sicuro, si ferma in un abbraccio. In un contatto che salva. Potrebbe essere già Natale. Abbiamo tutti un disperato bisogno di scartare speranza. (I papaveri sussurrano al tramonto)

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