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  • Topic: Inno alla Donna

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    (0 rates)
    • 07 marzo 2011 17:59:38 CET
    • Inno alla Donna

      Tu

      fai l’uomo Uomo,

      tu

      desiderio dei desideri

      tu

      regina incontrastata

      della casa

      e della famiglia,

      tu

      mamma,

      moglie,

      amante,

      figlia,

      tu

      la creatura piu’ bella che esista

      coi tuoi pregi,

      coi tuoi difetti,

      con le tue rughe,

      con le tue certezze e

      con le tue debolezze,

      tu.

      Tu

      gioia,

      cruccio,

      felicita',

      tristezza....

      Tu

      Donna

      festeggi oggi

      ed io semplicemente

      ti ringrazio di esistere,

      perche’ semplicemente sei

      TU.

      Donna!

       

    • 07 marzo 2011 18:59:43 CET
    • Inno alla Donna

      Inno alla donna...........

      RENATOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO.......Non è giusto il tuo messaggio, e non posso fartelo passare

      L'otto marzo a mio avviso è una falsità è ipocresia pura,molti usano questo giorno per ripulirsi dai propri rimorsi, e tutto ciò è conffermato con ciò che succede ogni giorno nei conffronti della donna,io vorrei che le donne fossero rispettate  tutti i giorni,vorrei che non fossero  più ssottomesse, che non fossero più costrette a prostituirsi, vorrei che le donne avessero il rispetto di quei maschietti pieni di boria convinti che il solo fatto di essere uomini sia motivo si superiorità sulla donna, vorrei che le donne avessero la loro dignità tutti  i giorni , VORREI CHE AD ESSE NON FOSSE DEDICATO QUASI COME CONCESSIONE UN GIORNO SOLTANTO...MA OGNI GIORNO   ...

       

      un saluto a tutti

    • 07 marzo 2011 19:25:57 CET
    • Inno alla Donna

      Si vede che non ci conosciamo bene.... Io ignoravo che tu fossi un "anziano" della chat, e tu non conosci il mio pensiero sulla donna da sempre.... Tra un po' di giorni riporto di qui tutti i miei migliori (per me) posts, e ti accorgerai che io la donna la venero sempre, la desidero sempre e mi frega puntualmente sempre.... ma non desisto, sono un femminista vero, e come tale do' a Cesare cio' che e' di Cesare. Ciao, amico mio! Buona serata, Renato.

       

    • 07 marzo 2011 19:55:38 CET
    • Inno alla Donna

      Ne sono felice Renato , e cmq non mancherà occasione per conoscerci.

       

      un saluto .

    • 07 marzo 2011 21:32:31 CET
    • Inno alla Donna

      [quote=Ajshaa]

      domani  l'8 marzo?

      oggi è ancora il 7...

      [/quote]

      Ho postato adesso perche' domani avro' poco tempo... Erano due giorni che lo tenevo come bozza... Ciao Donna, auguri. Un bacio dal cuore. Renato.

       

    • 07 marzo 2011 22:09:30 CET
    • Inno alla Donna


      [quote=Ajshaa]e poi we...alla mia età

      ogni lasciata è persa.... ihihihihh[/quote]


      Hahahahaha, e brava la mia vecchina! Approfitta pure, io non mi formalizzo mica, eh?!?!? Sai come si dice, in tempo di guerra....... Pppprrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!!!!!! Hahahahahahaha!

      BACIOOOOOOOOO!!!!

    • 08 marzo 2011 07:39:54 CET
    • Inno alla Donna

                                                  donne al lavoro           il palazzo

       

      Da “Repubblica” del 6 marzo 2011

      La Domenica di Repubblica 37 http://www.repubblica.it/static/domenica/index.html?ref=HRF-1

       

      Era il 25 marzo 1911, un incendio divampò nella camiceria “Triangle Shirtwaist”, a New York. Dei centoquarantasei morti, centoventinove erano ragazze: siciliane, russe, ucraine. Le fiamme divennero simbolo dello sfruttamento femminile e cambiarono la coscienza americana. Ma soltanto oggi gli ultimi corpi delle sarte sono stati identificati: tre erano italiane

      L’ULTIMO ROGO DELLE DONNE

      Fu la più grande carneficina prima dell’11 settembre 2001. Le autorità inasprirono le pene sul lavoro a cottimo e vennero introdotte le famose scale esterne

      Vittorio Zucconi.

      Fu lo spaventoso crogiolo dell’imsocialca, la fonderia umana nella quale si fusero per sempre i corpi, le identità e le nazionalità dai quali sarebbe nata la New York che conosciamo. Erano soprattutto donne, italiane e ucraine, russe e palestinesi, rumene e irlandesi, le cucitrici che furono consumate insieme un secolo fa esatto nel rogo della camiceria “Triangle Shirtwaist” del Village, negli appena diciotto minuti trascorsi fra il primo grido di «Al fuoco! Al fuoco!» e lo spegnimento.

      Alla fine furono centoquarantasei morti, tutti fra i sedici e i ventitré anni, piccole schiave incatenate alle macchine per cucire e ai tavoli per il taglio della tela ai quali furono trovate fuse insieme.

      NewYork avrebbe dovuto attendere novant’anni, fino all’11 settembre 2001, per subire una carneficina più orribile.

      Fu il rogo che cambiò e sigillò il destino di una grande città e di chi ci avrebbe vissuto e lavorato dentro, secondo un canovaccio terribile e ripetuto tante volte nella storia americana periodicamente illuminata da immensi incendi, nella Chicago dei mattatoi industriali, nella San Francisco degli avventurieri, nella

      Atlanta sconfitta dalla Guerra civile, nella New York selvaggia del primo Novecento, come se il parto doloroso di questa grande nazione avesse bisogno di un falò, per ripartire.

                                     incendio     

       

      Ma di storia, di destini da Roma di Nerone, di crogioli che scuotessero anche le autorità giudiziarie e politiche dal loro comodo, e spesso corrotto, laissez faire, alle centoventinove camiciaie e ai loro diciassette colleghi maschi nell’East Village poco importava.

      A Bessie la russa, a Peppina e Concetta le italiane, a Fannie l’ucraina, vittime identificate a fatica e alcune soltanto ora e finalmente sepolte con un nome nel cimitero immenso dei “Sempreverdi” fra

      Brooklyn e Queens, da un ricercatore ossessionato da quell’incendio, importava soltanto guadagnare quello che il capo reparto decideva di pagarle alla fine di ogni giorno. Non c’erano salari fissi né contratti sindacali. Un dollaro, due al giorno, mai di più, per restare entro i costi previsti dai due proprietari della

      azienda: diciotto dollari ogni dodici camicie, un dollaro e mezzo a camicia. Poche di loro, in quel palazzo di dieci piani a pochi passi da Washington Square, nel cuore del Village, chiamato Asch Building, parlavano inglese e capironoche cosa significasse l’urlo che risuonò alle quattro e quarantacinque di un pomeriggio di primavera 1911, il 25 marzo:

      «Fire! Fire!».

      Non che la comprensione immediata dell’allarme avrebbe potuto fare molta differenza per le donne e gli

      uomini che tagliavano, cucivano, lavavano, stiravano e stendevano le camicie.

      Lo sweathshop, la fabbrica del sudore, occupava tre piani, tra l’ottavo e il decimo, e l’ottavo era bloccato. Tutte le porte erano chiuse dall’esterno e le lavoranti controllate una per una alla fine del turno, perché non rubassero utensili, forbici, aghi, filo o pezze di prezioso cotone.

      Il secchio d’acqua che un impiegato della contabilità, William Bernstein, tentò di rovesciare sul focolaio acceso, attingendo all’unico rubinetto funzionante nello stanzone, non avrebbe potuto nulla contro un incendio che trovò, forse per una cicca accesa, nei mucchi di scampoli accatastati sul pavimento, nelle camicie stese ai fili e già asciutte, nel legno del pavimento e dei tavoli, il combustibile ideale. I racconti dei pochi superstiti, come Bernstein che testimoniò al processo contro i due soci proprietari della “Camiceria Triangolo” condannati per omicidio, sono pagine tratte dall’immaginario infernale da catechismo.

      Sono scene di donne già in fiamme che correvano cercando di sfuggire al fuoco che stava bruciando le gonne e i capelli, tuffi silenziosi e senza grida di altre che si lanciavano dalle finestre scegliendo il suicidio, fotogrammi di ragazzine «semplicemente impietrite», disse Bernstein, incapaci di muoversi e di reagire. Immobili nell’attesa certa e rassegnata di diventare torce viventi o di cadere asfissiate dal fumo. I vigili del fuoco che, incredibilmente, riusciranno a spegnere un incendio all’ottavo piano in appena diciotto minuti, troveranno sartine fuse con la macchina per cucire alla quale morirono abbracciate, come se non

      avessero voluto separarsi da quell’utensile che aveva dato loro un mezzo per vivere nella città dove erano approdate.

      Molte di loro non sarebbero state identificate per decenni, le ultime per un secolo, come Elizabeth Adler, rumena di ventiquattro anni, come Maximilian Florin, russo di ventitré anni, come la “morta numero 85”, una caduta ignota sepolta per novantanove anni con questa lapide, e sarà colei dalle quale partirà, quasi per caso, il cammino di uno storico appassionato di genealogia, Michael Hirsch, ossessionato dall’incendio che cambiò New York. La “vittima numero 85” sarebbe risultata essere la sorella di una giovane di diciassette anni sepolta in un altro cimitero, sotto una lapide che ricorda misteriosamente «la sorella uccisa», senza altre indicazioni. Da quella tomba, Hirsch sarebbe risalito a una pronipote ottuagenaria, pensionata in Arizona. Da lei, dai suoi confusi ricordi personali di prozie perdute all’inizio del Novecento, avrebbe scalato l’albero della loro storia e trovato un nome, nell’elenco delle impiegate della “Camiceria Triangolo”, una scomparsa dopo il 25 marzo 1911. E da lì sarebbe risalito alla tomba del cimitero di Brooklyn, finalmente dando un nome a quei resti: Maria Giuseppina Lauletti. Siciliana di vent’anni.

                                       sciopero

       

       

      Con lei, l’appello dei morti è stato completato. Sotto il monumento che ricorda quel giorno, sono stati scritti i nomi degli ultimi sei ignoti, Max Florin, Concetta Prestifilippo, Josephine Cammarata, Dora Evans and Fannie Rosen e un atto di pietà è stato scritto. Ma il vero memoriale al rogo delle cucitrici non è in

      quel cimitero. È nella carne viva della città, che la strage cambiò per sempre e che anche il più “casual” dei turisti può vedere, senza neppure saperlo. Il processo contro i due soci proprietari, che le autorità cittadine perseguirono con tutta la furia e la severità di chi sapeva di avere la coda di paglia politicamente infiammabile quanto quelle camicie, riscrisse e impose la normativa antincendio nella città cresciuta senza regole. Costruì e rese obbligatorie ovunque quelle scale esterne che oggi si vedono pendere dagli edifici più bassi e che ogni film poliziesco o di horror usa per gli incubi degli spettatori. Cominciò la bonifica dei tenement, quei termitai in affitto, come dice il nome, dove le onde umane dei nuovi immigrati si accatastavano una sull’altra facendo di New York all’inizio del secolo scorso la città più densamente popolata del mondo. I regolamenti per la bonifica dei tenement esistevano già da dieci anni, ma né il Comune, né la polizia, né la magistratura si erano mai dati la pena di farli rispettare, nel nome della crescita rapinosa e della generosità sottobanco dei signori dei termitai. E quelle ottantacinque ore di lavoro alla settimana che le ragazzine dell’ottavo piano dovevano subire apparvero, finalmente, intollerabili. 

      Gli scioperi degli altri schiavi delle macchine per cucire a Philadelphia, a Baltimora, nel Village e nel Garment District di Manhattan, che ancora esiste ma langue nella concorrenza impossibile dei nuovi schiavi che tagliano camice e abiti in Estremo Oriente, incontrarono l’appoggio di un pubblico che, fino a

      quel falò, preferiva schierarsi con chi offriva loro, a qualunque prezzo, un lavoro. Per anni, e invano, altri operai e operai dell’industria tessile avevano organizzato scioperi.

      E in un’altra fabbrica del sudore a New York, pochi anni prima, si sarebbe visto lo spettacolo inaudito e terrorizzante del primo sciopero indetto e organizzato interamente da donne. I ritocchi salariali e i miglioramenti avevano appena sfiorato le ragazze della “Camiceria Triangolo”, reclutate fra le più giovani, le più timide, le più docili immigrate dalla Sicilia, dai ghetti d’Ucraina e di Russia.  

      Lo Asch Building è ancora lì dov’era nel pomeriggio del 25 marzo 1911, ribattezzato Brown Building e oggi parte della New York University alla quale fu donato. È un edificio poco interessante, nella banalità dello stile neo rinascimentale che disseminò di palazzi simili le città americane, e alle finestre dell’ottavo piano, oggi sede di rispettabili studenti e insegnanti di scienze, c’è qualche condizionatore d’aria. È un luogo un po’ freddino, poco trafficato, stranamente silenzioso nonostante la prossimità con Washington Square, il cuore del Village. Non entra in nessuna foto o videoclip ricordo del viaggio a New York.

      Si incrociano giovani, studenti, soprattutto studentesse, belle, serie, sorridenti, decise, occupate a vivere quel sogno che altre ragazze cucirono anche per loro, con la propria vita.

      © RIPRODUZIONE RISERVATA

       

                                   donne

       

                                                                                     rogo

       

                 sciopero2

                                                                                         mimosa

       

       

    • 08 marzo 2011 07:43:55 CET
    • Inno alla Donna

       E' bello ritrovare un amico. Grazie per essere ritornato.

      Cinna 

    • 08 marzo 2011 08:36:52 CET
    • Inno alla Donna

      [quote=Alive]

      Inno alla donna...........

      RENATOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO.......Non è giusto il tuo messaggio, e non posso fartelo passare

      L'otto marzo a mio avviso è una falsità è ipocresia pura,molti usano questo giorno per ripulirsi dai propri rimorsi, e tutto ciò è conffermato con ciò che succede ogni giorno nei conffronti della donna,io vorrei che le donne fossero rispettate  tutti i giorni,vorrei che non fossero  più ssottomesse, che non fossero più costrette a prostituirsi, vorrei che le donne avessero il rispetto di quei maschietti pieni di boria convinti che il solo fatto di essere uomini sia motivo si superiorità sulla donna, vorrei che le donne avessero la loro dignità tutti  i giorni , VORREI CHE AD ESSE NON FOSSE DEDICATO QUASI COME CONCESSIONE UN GIORNO SOLTANTO...MA OGNI GIORNO   ...

       

      un saluto a tutti

      [/quote]

       

      Hhahahahhaha.....allora quando dovro' fare gli auguri di compleanno alle mie bambine che mi devo sentire in colpa per tutti quei bambini che muoiono di fame e di malattia per mancanza di medicinali o sono sfruttati dal lavoro minorile ??? Hihihihihi.....naaaaaaa.... penso che non si possa pensarla sempre cosi' perche' ricordatelo...... C'e' sempre un rovescio della medaglia.

      CiAoOoOoOoOo

    • 08 marzo 2011 08:59:54 CET
    • Inno alla Donna

      A me pare che sto Renato zitto zitto ...elargisce baci a destra e manca,ma saràdavvero cosi disinteressato ?

       

      un salutone Renato

    • 08 marzo 2011 09:18:14 CET
    • Inno alla Donna

      Sotto sotto e' ma un mandrillone !!! Uuahshuhuhuahuas..... e' un lupo vestito da pecora !!! Prrrrrrrrrr .....Renyyyyyyy........ e fammi dare qualche bacetto pure a me !! Che senno' mi tocca fare il filo ad Alive !! Uuashuashhuasuahs

      CiAoOoOOoOoOo

    • 08 marzo 2011 09:38:49 CET
    • Inno alla Donna

      [quote=Mercurio9]

      Sotto sotto e' ma un mandrillone !!! Uuahshuhuhuahuas..... e' un lupo vestito da pecora !!! Prrrrrrrrrr .....Renyyyyyyy........ e fammi dare qualche bacetto pure a me !! Che senno' mi tocca fare il filo ad Alive !! Uuashuashhuasuahs

      CiAoOoOOoOoOo

      [/quote]

      hahahahahaha! Beh, puoi sempre scoprire nuovi orizzonti.... hahahahahaha! Ciao fratello!!!

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